I sogni fuori dal cassetto

Il Fondo Straordinario di Solidarietà per il Lavoro è il nostro contributo a chi si trova in difficoltà a causa della perdita o della precarietà del lavoro, senza distinzione di genere, età o provenienza.

I dati sugli attuali livelli di disoccupazione nel Veneto come in altre regioni d’Italia, lo sappiamo, sono allarmanti. Ma sono, per l’appunto, dati. Per chi ha perso il lavoro, invece, lo stato di “persona disoccupata o inoccupata” non è una statistica causata da correlazioni più o meno probabili, ma una realtà. Sciaguratamente, la propria.

La vita che fino a qualche mese scorreva tranquilla entra così nel segno di un’unica Grande Impresa: ritrovare un lavoro, un’occupazione, un’attività. Anche senza troppe ambizioni, accontentandosi della teoria dei piccoli passi, senza nemmeno esprimere una visione del mondo, ma inventandosene una nuova, una qualsiasi, purché tutto torni come prima.

Ecco, appunto: il prima e il dopo. A fare da spartiacque, il lavoro perduto.

“Quando ai mille ‘Grazie, le faremo sapere’ non segue nulla di concreto.”

Cadere e rialzarsi, insomma. Sì, ma come? L’iter è uguale per tutti: il passaparola tra conoscenti e familiari, i colloqui nelle aziende, i curriculum vitae alle agenzie interinali. Si bussa ad ogni porta e si tenta tutto il possibile. Ma quando ai mille “grazie, le faremo sapere” non segue nulla di concreto anche perché le aziende stanno chiudendo una ad una, che si può fare di più?

Per far fronte alle difficoltà causate da questo stato di crisi, nel 2009 abbiamo istituito il Fondo Straordinario di Solidarietà per il Lavoro. Una risorsa che, mettendo in rete più interlocutori come le Caritas, le Camere di Commercio, i Centri per l’impiego, gli Sportelli di solidarietà per il lavoro, la Regione Veneto e le cooperative sociali del territorio, incrementa le opportunità occupazionali per persone disoccupate, ma anche per i lavoratori svantaggiati in situazioni di disagio economico e sociale, e per i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro.

Un’umanità spesso sommersa, che incontriamo in un capannone nella zona industriale di un centro alle porte di Padova, dove trova spazio un calzaturificio realizzato anche grazie al nostro Fondo Straordinario di Solidarietà per il Lavoro. Qui, al riparo dalla pioggia battente di una mattina di primavera che sembra inverno, insieme agli altri sono già al lavoro Marzia, Lina, Khalid, Genoveffa e Daniele.

“Perché mai a meno di 40 anni una donna non può rientrare nel mondo lavoro?”

«Avevo lavorato per 10 anni in un laboratorio tessile» racconta Marzia. «Facevo sciarpe, accessori d’abbigliamento e anche borse. Ero specializzata nel velluto e nella seta». Tessuti nobili, insomma, per capi glamour da boutique e flagship store. Lei, molto più ragionevolmente, li chiama per quello che sono: negozi.

«Poi mi sono sposata e ho avuto due figli. Ho scelto di stare a casa pensando che, appena loro fossero un po’ cresciuti, avrei potuto riprendere il mio lavoro. Mi sbagliavo: le aziende che danno il part-time sono pochissime, e la mia età ormai escludeva anche la possibilità di usufruire di un contratto da apprendista». Come dire: anche se hai voglia di rimettere in circolo le tue energie e capacità, a meno di 40 anni sei troppo agée per ripresentarti in un’azienda.

Ma con la determinazione e la concretezza che contraddistingue gran parte delle donne, Marzia oggi è di nuovo al suo tavolo di lavoro. Questa volta è sommerso di tomaie già sagomate che lei assembla via via alle fodere interne spennellandole col mastice, per poi applicare la cordella. A volte, se serve, si mette anche alla macchina da cucire. Quel che conta è lavorare e fare le scarpe, magari anche alle discriminazioni di genere.

“Nel lavoro come nella vita, essere alla fine di un processo non significa essere gli ultimi.”

Solare, espansiva e sorridente lo è anche Lina, 54 anni, sposata con un figlio di 19. È al reparto fissaggio, la fase che chiude il processo produttivo. «In cosa consiste il mio lavoro? Quando la scarpa viene tolta dalla forma e praticamente è già fatta, io inserisco la suoletta, controllo che non ci siano inaderenze e se ci sono uso un ferro caldo per toglierle. Poi do un po’ di patina, le pulisco ben bene, e alla fine le inscatolo».

IL FONDO STRAORDINARIO DI SOLIDARIETÀ PER IL LAVORO
Attivato per fornire un aiuto concreto sia alle famiglie in difficoltà a causa della perdita o della precarietà del lavoro e prive di tutele sociali che alle persone maggiormente vulnerabili, il Fondo Straordinario di Solidarietà per il Lavoro sostiene la realizzazione di attività, tirocini formativi, progetti di pubblica utilità e/o utilità sociale finalizzati all’attuazione di misure di accompagnamento e reinserimento lavorativo.

Una mansione di pazienza e attenzione, che Lina realizza alla perfezione. Sarà perché la svolge fin da quando era ragazza, sarà perché il piccolo laboratorio di scarpe dove aveva lavorato in precedenza ha chiuso i battenti per difficoltà economiche e a lei mancano solo pochi anni per raggiungere la pensione, ma a vederla far svolazzare tra le mani la carta velina nella quale sta avvolgendo un modello décolleté tacco dieci, dà l’idea che stia maneggiando la stessa materia di un sogno. Chiederle qual è, è del tutto superfluo.

“Anche se conosco tutto il ciclo della produzione per anni non mi ha voluto più nessuno.”

Non sono stati propriamente una favola, invece, gli anni più recenti di Genoveffa. Ha modi semplici, tra la modestia e l’umiltà, probabilmente generati dopo una vita intera trascorsa tra tomaifici, piccoli laboratori artigianali e calzaturifici, dove ha lavorato da quando era una ragazzina.

Oggi di anni ne ha più di 50. Il suo spartiacque è datato 2003, quando la piccola impresa in provincia di Padova dove aveva lavorato per 25 anni chiude i battenti per fallimento e lei si trova, suo malgrado, disoccupata.

«Prima sono stata in mobilità, poi con le agenzie interinali ho trovato qualcosa. Ma erano sempre contratti brevi, anche di soli due mesi. Sono stata in non so più quanti tomaifici, tutti qui in zona, ma ti chiamano solo se hanno bisogno, e poi ti chiedono di fare una cosa sola, anche se io invece conosco tutti i passaggi della produzione». Una situazione più o meno così: a uno capita la fortuna di avere una Batmobile, ma la fa andare sempre e solo a 30 km all’ora.

«Una volta al mese andavo all’Acli, è così che ho saputo che stava per iniziare un progetto per chi era rimasto senza lavoro. Mi hanno chiamato nel 2014. Così ho fatto due tirocini, ho anche lavorato nella logistica, poi si è avviato questo laboratorio di calzature. Sono stata la prima ad entrarci».

Dal 2003 al 2014 senza un lavoro sicuro, calcolate un po’ voi come si può vivere.

«Comunque» continua, come a voler dimostrare che nella vita bisogna anche sapersi adattare alle circostanze peggiori «quello che riuscivo a racimolare me lo facevo bastare. Era poco, certo, ma sempre meglio di niente». Adesso, invece, il suo tutto è un contratto a tempo indeterminato in un posto di lavoro «che è anche meglio della fabbrica. Perché se per caso sbagli qualcosa, qui nessuno ti insulta o ti tratta male. E poi tra noi andiamo d’accordo, c’è rispetto reciproco». Si chiama solidarietà, e finalmente adesso ha potuto incontrarla anche lei.

“Sono arrivato qui solo da qualche giorno, ma mi piace già. Soprattutto il rapporto con gli altri.”

Lo stesso progetto di solidarietà ha dato modo a Khalid, 39 anni, da otto in Italia, di mettere a frutto la sua decennale esperienza di lavoro in una pelletteria in Marocco. «Da quando sono arrivato nel vostro Paese ho fatto più lavori: ero aiuto cuoco in un ristorante, poi sono stato in un’azienda di cinture che però ha chiuso nel 2015. Sono rimasto disoccupato per otto mesi, ma poi per fortuna ho trovato questa opportunità. Devo applicare le suole e i tacchi, ma non è difficile. Quando la sera torno a casa da mia moglie e dai miei due bambini sono contento».

Il più giovane di tutti si chiama Daniele: carnagione olivastra, due occhi scuri-scuri, di quelli che parlano, 27 anni, origini filippine, una compagna di vita, una bimba, e un passato in un calzaturificio della Riviera del Brenta.

«Due anni fa, dopo la chiusura del calzaturificio, ho cercato di fare tutto quel che mi capitava. Sono arrivato qui solo da qualche giorno, ma mi piace già. Soprattutto il rapporto con gli altri. Lavorare è importante, ma se puoi farlo in un ambiente sereno e tranquillo, è ancora meglio». E mentre ci parla non smette nemmeno per un secondo di verificare lo stato dei modelli in forma, radiografandoli da cima a fondo.

In questo calzaturificio specializzato in modelli solo femminili distribuiti anche con i marchi di griffe importanti, abbiamo chiesto alle nostre tre interlocutrici se le indossano anche loro queste scarpe che trovano realizzazione grazie alle loro stesse abilità. Due ci fanno notare che il tacco alto è senz’altro elegante, ma che per quanto le riguarda preferiscono la praticità dei mocassini. La terza invece, sì, un paio le ha comprate. «Sono dei sandali estivi. Quando li metto e qualcuno mi dice che sono belli, beh, devo ammettere che mi sento orgogliosa». Principi azzurri, state all’erta…