Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Con il Bando “Progetto Sociale” sosteniamo anche un laboratorio di trasformazioni. Di mobili, di oggetti, ma soprattutto di esistenze.

A volte le circostanze della vita possono riuscire a scardinare anche il binario più rettilineo e a farsi strada ovunque, oltre ogni ordine costituito, facendoci incrociare le occasioni peggiori. Che sono come labirinti: ti ci trovi dentro in un attimo, e poi magari non ne esci più. Fine delle metafore. Punto e a capo. Da qui in poi, preparatevi: si esce dai giri di parole e si entra nella realtà.

La realtà è che Vladimiro, Thomas, Paolo e Sergio sono ex detenuti o detenuti in affidamento che usufruiscono dell’articolo 21. Il loro passato non ci interessa, ha già coinvolto chi di dovere in questi casi: forze dell’ordine, giudici e avvocati.

A noi invece interessa il loro presente, perché crediamo nella possibilità di riscatto del loro futuro. E a vederli lavorare nel laboratorio, sostenuto con il nostro Progetto Sociale, chiamato emblematicamente “Doppio senso” presso il centro O.A.S.I. di Padova gestito dall’ordine dei Padri Mercedari, c’è quanto basta per non dubitarne.

Vladimiro nel laboratorio ci lavora da un anno e mezzo. Arriva ogni mattina da Monselice, sempre a bordo del suo scooter, che piova, tiri vento o ci sia il sole. «Vengo qui a rompere», dice con il tono di chi sa che è vero l’esatto contrario. Altrimenti non si spiega perché i suoi compagni di lavoro chiedano spesso un suo parere.

Non sai che stoffa scegliere per imbottire una sedia? Beh, sentiamo Vladimiro. Lui va a prendere i campioni dei tessuti, sfoglia l’arcobaleno delle tinte in scala cromatica, individua quella che ci vuole e poi ti guarda come per dire “che ne dici?”.

Bisogna trasformare un pallet da magazzino in un tavolo da giardino? Vladimiro sa stuccare, piallare, verniciare. E mentre stucca, pialla o vernicia, dovesse servirti un suo parere, molla tutto e ti fa vedere come fare.

“Un’occasione di riscatto, un sostegno concreto, un’opportunità per tessere relazioni umane.”

Quello che qui si compie ogni giorno, dunque, non è solo la possibilità di far acquisire delle abilità artigianali in funzione dell’integrazione e del recupero di persone a rischio di esclusione sociale, come direbbe un ligio funzionario.

Sia chiaro: questo laboratorio è mille-volte-mille utile, importante e fondamentale per far riguadagnare a più persone un ruolo professionale, un’identità sociale, un’autonomia economica e di vita. Ma il suo valore non è solo questo.

Quello che qui si compie ogni giorno è un’occasione di riscatto, un sostegno concreto, un’opportunità che permette a tutti loro di tessere anche relazioni umane.

Per usare le parole di Thomas, 29 anni, il più giovane del gruppo: «Io qui sto imparando un lavoro, mi piace, faccio qualcosa che è anche mio. Ma quello che mi piace di più è poter stare con gli altri. Questa è un’esperienza straordinaria, perché ti fa vivere, non aspettare. Ecco, sì, userei proprio questa parola qui: vivere». Detto da un “fine pena 2020”, dà di che riflettere a chiunque per l’eternità.

Se questo è quanto scaturisce nei partecipanti del laboratorio, è anche e soprattutto grazie all’impegno di chi sta al loro fianco un giorno dopo l’altro.

Per Padre Giovanni si tratta di una missione vera e propria, guidata dall’appartenenza a una congregazione religiosa che per i propri sacerdoti contempla un voto in più rispetto ai tre previsti dagli altri ordini cattolici: castità, povertà, obbedienza, e redenzione.

Per Alda, l’educatrice, si tratta di una professione. Che richiede comunque empatia, umanità e solidarietà. Capacità alle quali lei aggiunge spontaneamente generose dosi di schiettezza, entusiasmo e sana ironia.

“Un intreccio virtuoso tra etica sociale e ambientale, tra manualità e creatività.”

Sostenere, dicevamo. Un verbo che anche se qui non si fa carne, sicuramente diffonde ricadute positive nel tessuto sociale delle nostre città. Un verbo che non dimentica nemmeno l’ambiente e la natura, contro lo spreco compulsivo della nostra modernità.

Nel laboratorio “Doppio senso”, infatti, si recuperano oggetti di scarto o mobili non più utilizzati, provenienti dalle cantine delle case ma anche dai centri della raccolta differenziata. Un banco di scuola, un lampadario vintage, una poltrona sfondata: non c’è limite agli oggetti che qui vengono salvati e riscattati, ridefiniti e riportati a seconda vita con tecniche di lavorazione, colori e materiali che ne ravvivano la bellezza e la funzionalità.

IL BANDO “PROGETTO SOCIALE” DELLA FONDAZIONE

È un bando rivolto ad enti e istituzioni di natura pubblica o privata non profit che ha l’obiettivo di favorire l’integrazione e la coesione sociale nelle comunità territoriali di Padova e di Rovigo, attraverso il sostegno di progetti biennali che mirano all’attivazione di nuovi servizi destinati a persone in condizioni di disagio e a rischio di emarginazione e a persone affette da disabilità fisica, psichica o sensoriale.

Un intreccio virtuoso tra etica sociale e ambientale, tra manualità e creatività, che ha aggiunto valore anche alla vita di Sergio, 33 anni, di origini albanesi, che nel laboratorio c’è stato circa un anno. Se oggi è qui anche lui, è giusto per il tempo di una visita di passaggio, quanto basta per salutare Padre Giovanni, Alda e tutti gli altri.

«I mesi che ho trascorso qui», dice guardandosi intorno con sguardo quasi incredulo, «sono stati come un’esplorazione. Non solo in senso lavorativo, ma anche verso me stesso. Ho capito cosa fare e cosa cambiare della mia vita. L’ho capito anche dalle piccole cose di ogni giorno, che però sono importanti, perché possono crearne di grandi».

Le grandi cose che Sergio ha saputo creare attorno a sé sono presto dette: un lavoro come autotrasportatore, una moglie, un bambino che ha 19 mesi, una casa che sta acquistando con un mutuo.

Per Paolo, invece, casa e bottega al momento sono ancora tutt’uno. È ospite in una delle 25 stanze della casa d’accoglienza dell’O.A.S.I., ma quando parla della sua fidanzata lascia trasparire la possibilità di una nuova sistemazione, insieme a lei. Magari non capiterà proprio domani, ma si sa: le scelte di convivenza vanno ponderate, e prima di compierle è bene rifletterci…

E a proposito di riflessioni, un’ultima nota. Ognuno di loro si ricorda perfettamente il primo oggetto che ha ristrutturato. Per Paolo è stato un set completo, un comò e due comodini in radica. Per Thomas, un tavolino. Per Vladimiro, uno specchio. Nel quale, a restauro concluso, sì, è stato il primo a specchiarsi. «Cosa ho pensato guardandomi? Sono capace di fare qualcosa di buono anch’io».