Il rugby con le ruote: quando in gioco non c’è solo lo sport

Ecco perché sosteniamo Wheelchair Rugby, un progetto che si prefigge di valutare i benefici psicofisici dell’attività sportiva negli atleti disabili con metodologie innovative per l’allenamento e l’utilizzo di strumentazioni all’avanguardia.

Benvenuti nel regno dell’incredibile, dove la bioingegneria incrocia la medicina, la scienza dialoga con la tecnica, la biomeccanica si rivolge alla disabilità, l’immobilità si trasforma in forza.

Non è science fiction alla Matrix. È un progetto dal nome infinito, tanto quanto la sua utilità: “Miglioramento delle capacità neuromuscolari residue in atleti disabili nella pratica sportiva del rugby in carrozzina”.

Nell’ambito di una ricerca coordinata dal professor Stefano Masiero del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova, il progetto avviato nel 2015, primo e unico in Italia, ha per l’appunto l’obiettivo di valutare le possibilità di miglioramento della capacità neuromuscolari residue negli atleti con disabilità. E nel caso del rugby in carrozzina la maggior parte dei giocatori sono tetraplegici per una lesione del midollo spinale, ma sono incluse anche persone con distrofia muscolare, triamputazioni, poliomielitici e altre condizioni neurologiche.

Oltre a un’equipe di medici, fisiatri, fisioterapisti, scienziati motori e psicologi, la ricerca mette in gioco anche le competenze di giovani ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Industriale guidati dal professor Nicola Petrone, organizzati a bordo campo con una postazione pluri-computerizzata da far invidia a un laboratorio spaziale.

«Il nostro obiettivo» ci spiega il docente responsabile del versante bioingegneristico dello studio in atto «è quello di valutare le prestazioni degli atleti in condizioni di gioco o simulate. Attraverso l’applicazione di particolari sensori valutiamo più parametri: di stasi, di rotazione o slalom, che è uno dei movimenti frequenti in campo».

Dai monitoraggi non sono esenti nemmeno le stesse carrozzine alle quali, infatti, «applichiamo dei sensori che ci consentono di rilevare i carichi di impatto tra due giocatori, ottenendo dati che possono dare indicazioni utili ai costruttori».

Ammettiamo con sincerità che mentre il professore ci parla con estrema disponibilità e pazienza, per noi non è del tutto facile seguirlo. Senz’altro perché le nostre conoscenze in materia di Sports Engineerings And Rehabilitation Devices rasentano il grado zero, ma anche perché nel frattempo l’allenamento è iniziato a pieno ritmo e la passione dei giocatori in campo ci attira non poco.

A vederli roteare nel palazzetto sportivo del Civitas Vitae di Padova della Fondazione Opera Immacolata Concezione, sembra di assistere a un torneo cavalleresco di una giostra rinascimentale: cavalieri “lancia in resta” che si affrontano l’un l’altro in singolar tenzone, sgommando a più non posso per portare la palla oltre la linea di meta della squadra avversaria. Ma come devono giocare e che regole devono seguire, esattamente, tutti loro?

“Palla da volley, campo da basket, ma si chiama rugby.”

Il rugby in carrozzina si gioca in 4 contro 4, utilizzando una palla da pallavolo indoor, sul perimetro di un campo da pallacanestro a cui vengono aggiunte sul fondo due aree rettangolari che definiscono anche la linea di meta.

I ruoli sono due, difesa e attacco, e prevedono altrettanti tipi di carrozzina. Quelle per la difesa sono caratterizzate dalla presenza di un rostro sulla parte frontale, con cui è possibile agganciare e bloccare gli avversari. Le seconde hanno invece un profilo frontale tondeggiante, che rende più difficile il blocco da parte degli avversari.

La classificazione dei giocatori si divide in più categorie a seconda delle capacità residue di ciascuno, attribuendo un punteggio che va da 0.5 a 3.5.

L’aspetto della classificazione è molto importante, perché la somma dei punteggi dei quattro giocatori in campo non può superare gli otto punti.

Nota interessante: nel rugby in carrozzina non c’è discriminazione di genere perché possono giocare anche le donne, che danno alla squadra mezzo punto di bonus. Quando si dice il gentil sesso…

Ma torniamo a guardare quel che sta succedendo in campo, dove si sta sprigionando un’energia che è anche sonora. Giusto per capirci: prendete il rumore di azioni di sbarramento che incagliano rostri a frontali, aggiungeteci le reciproche incitazioni tra i giocatori, le indicazioni strepitate da bordo campo dell’allenatore, non dimenticatevi dei fischi secchi e ripetuti di un arbitro donna implacabile come un’erinni, e avrete ricreato un’atmosfera in perfetto stile wheelchair rugby.

Uno sport dove si fa sul serio, insomma. E se questo è quel che accade solo durante una fase di allenamento, immaginatevi voi una partita vera.

“Considerare lo sport come terapia è il moderno concetto di riabilitazione. Ma quanto e come fa bene alla persona con disabilità?”

La valenza riabilitativa dello sport in caso di disabilità è ormai riconosciuta, non solo sotto il profilo strettamente legato alla condizione fisica e clinica, ma anche a quella sociale, relazionale e psicologica. Ma quanto e come lo sport fa bene alla persona con disabilità? Quali sono le strategie migliori da adottare, le performance attese, e gli eventuali correttivi da utilizzare?

«Dalla letteratura scientifica risulta che il 57% delle persone tetraplegiche, e non di atleti tetraplegici, presenta patologie da sovraccarico, lacerazioni, infiammazioni o danni ai muscoli rotatori della spalla» ci dice Alfredo Musumeci, uno dei ricercatori dello staff medico coordinato dal professor Masiero.

«Partendo dal quadro statico che emerge da un esame ecografico che correliamo ad altri fattori, l’obiettivo del nostro studio è sviluppare per questi giocatori protocolli riabilitativi che non comportando ulteriori sforzi tendono comunque al miglioramento delle loro prestazioni».

IL PROGETTO RUGBY IN CARROZZINA

Il progetto di ricerca “Wheelchair Rugby”, basato su una collaborazione tra la Scuola di Specializzazione in Medicina Fisica e Riabilitativa e il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi di Padova, si inserisce in un accordo siglato tra la la Fondazione H.P.N.R. Onlus, Fondazione O.I.C., l’Università degli Studi di Padova, la FISPES (Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali) e il CIP (Comitato Italiano Paralimpico), con l’obiettivo di supportare in modo ottimale il percorso di preparazione atletica, individuando con modalità di valutazioni cliniche e funzionali rigorose ed innovative un programma di allenamento personalizzato per ogni giocatore.

Anche da disabili, insomma, praticare uno sport significa misurare risultati e performance, comprese le reazioni fisiologiche agli sforzi dell’allenamento. Esattamente come per i normodotati.

Ma, al di là del valore rigorosamente scientifico della ricerca, cosa spinge questi ragazzi a mettersi in gioco, nel senso più ampio del termine?

“Gioco perché…”

Se per Angelo, 28 anni, operatore informatico, «giocare a rugby è uno sfogo, un insieme tra mente e corpo», per Lucio, che ha lo sguardo di uno con il quale sarebbe meglio non litigare ma in realtà è un pezzo di pane, si tratta di una passione che ha origini lontane.

«Ho scoperto il rugby in carrozzina quindici anni fa, andando ad una fiera di settore a Düsseldorf. In Italia è nato solo da cinque anni, ma in questo poco tempo il livello tecnico è aumentato parecchio. Perché mi piace? Perché nel gioco di squadra c’è anche relazione, socialità, sai di poter contare sui tuoi compagni».

Lucio, e non è il solo tra loro, ha un obiettivo ben preciso: «Vogliamo organizzare un campionato italiano, anche se so già che vincerà il Padova, ha gli atleti più forti». Per capire il tono con cui lo afferma, va specificato che lui gioca in una squadra di Vicenza dove, insieme a Verona, Milano, Roma, Catania e appunto Padova, è stata costituita una rappresentativa di wheelchair rugby.

Maria, 22 anni, che viene dalla Puglia ma si è trasferita a Milano perché nel suo paese d’origine non ci sono strutture ed opportunità per i disabili, men che meno sportive, gioca nella Polisportiva Milanese solo da pochi mesi, ma ne è già entusiasta. «Mi trovo benissimo. Questo sport mi dà grinta e carica, anche a livello emotivo. Prima facevo nuoto, ma lì sei da sola. Far parte di una squadra, invece, è meglio: ti confronti con gli altri, vai alla ricerca dei tuoi limiti, e grazie ai tuoi compagni è anche più facile superarli». Sì, ha ragione Maria.

Perché nel rugby in carrozzina, tra blocchi, impatti e slalom, per fermare la palla devi stoppare l’avversario, per difendere devi avanzare, e se non ce la fai qualcuno arriva sempre in tuo aiuto.

E mica perché è obbligato a farlo da qualche regola di gioco, no. Semplicemente perché conviene a lui e alla squadra, per il raggiungimento di un obiettivo comune. È soprattutto questo, di fatto, il modo in cui questi ragazzi intendono lo sport. E forse anche il senso stesso della vita.