Vivere è un po’ trovare il proprio posto nel mondo. Ma il loro qual è?

Prendersi cura dei senza fissa dimora. È quanto sta facendo l’associazione padovana Granello di Senape, offrendo loro più supporti e servizi con un progetto sostenuto anche attraverso il nostro bando Progetto Sociale.

Partiamo da qui, da una piccola prova che vi invitiamo a sperimentare: aprite Google Maps o qualsiasi altra applicazione web che vi consenta la ricerca e la visualizzazione di un luogo. Inserite nella ricerca “via città di Padova 999” e premete invio. Che indicazione apparirà ve lo anticipiamo noi: la mappa di Padova nel suo insieme, senza nessuna geolocalizzazione della via. Perché mai un motore di ricerca planetario capace di indicarci un ristorante di sushi nel deserto del Maghreb tutto d’un tratto diventa così generico? Perché questa strada, in realtà, non esiste.

In progressione per numeri dispari, alla ricerca di pari dignità

Via città di Padova 999 rappresenta una residenza fittizia, quella dove i Comuni iscrivono le persone che vivono in situazione di precarietà abitativa.
In alcune città è intitolata in modo esplicito: via Senza Fissa Dimora, via dell’Anagrafe, via degli Apolidi. In altre invece i nomi volano alto, sfiorando per lo più la volta celeste: via delle Stelle, via della Luna, dell’Arcobaleno. In ogni caso, che si chiami Strada della Solidarietà, della Casa Comunale o dei Girasoli, questa per molte persone è l’unica via per esistere. Almeno giuridicamente parlando.

L’indirizzo riportato sui nostri documenti di identità, infatti, non serve soltanto per farci ricevere comunicazioni importanti, gli amici, o l’ultimo acquisto effettuato online. È il presupposto essenziale per poter esercitare fondamentali diritti civili come ad esempio quello di voto, e per accedere ai servizi di assistenza sociale e sanitaria del nostro territorio come scuole, asili, ospedali, medici di base, consultori di famiglia…
Se siamo stranieri, essere in possesso di un indirizzo di residenza valido è uno dei presupposti anche per rinnovare il permesso di soggiorno.

In via città di Padova 999, dicevamo, di fatto non ci vive nessuno. Eppure è sempre più richiesta, perché «nell’ultimo anno e mezzo le persone con problemi di residenza a Padova sono raddoppiate, e sono destinate ad aumentare. Tutti i richiedenti asilo che adesso sono nelle strutture d’accoglienza, infatti, prima o poi dovranno abbandonarle e molti di loro non hanno le risorse e gli strumenti per trovare un alloggio». A parlare è Andrea Andriotto dell’associazione Granello di Senape, responsabile del progetto “Com-munitas”.

Sostenuto dalla nostra Fondazione nell’ambito dei Progetti per il Sociale, insieme al Centro Servizi per il Volontariato e al Comune di Padova, “Com-munitas” offre a chi è in difficoltà più servizi d’assistenza e aiuto, tra i quali “Avvocato di strada”.

La povertà può colpire chiunque

«A Padova “Avvocato di strada” nasce nel 2004, grazie all’impegno di un piccolo gruppo di volontari, con l’obiettivo di dare consulenza e assistenza legale alle persone emarginate, in particolare senza fissa dimora ed ex detenuti» continua Andrea. «Le associazioni che si occupano di carcere e di esclusione sociale, ma anche la Caritas Diocesana, le Cucine Economiche Popolari e l’Asilo Notturno hanno “adottato” fin da subito questo servizio, integrandolo con quelli già forniti da loro».

Una rete di solidarietà, dunque, che attraverso più interventi e azioni concrete si prende cura delle persone che vivono in condizioni di disagio economico, sociale, relazionale. Che, a giudicare dal viavai che registriamo agli sportelli del servizio ospitato in via Bonporti 8 per l’appunto dalla Caritas, non sono poche.

«La povertà più estrema può colpire chiunque, indipendentemente da chi sei, cosa fai e da dove vieni» sottolinea Andrea mentre con equa gentilezza fa da filtro tra le persone nella saletta d’attesa e le piccole stanze dove giovani avvocati stanno fornendo consulenze gratuite che vanno dal diritto civile al penale, all’amministrativo, fino ai diritti dei migranti.

Diritto alla residenza, sfratti e locazioni, debiti nei confronti di privati, diritto allo studio. Ma anche reati contro il patrimonio, legati agli stupefacenti, contro pubblici ufficiali, vittime della tratta e dello sfruttamento sessuale, decreti di espulsione e problematiche per il rinnovo e rilascio dei permessi di soggiorno. «Le situazioni in cui si trovano le persone che vengono qui possono essere davvero molto complesse» ci conferma Ariele, 28 anni, che presta la sua attività di volontariato per “Avvocato di strada” da un paio d’anni. «Spesso precipitano un poco alla volta e non hanno gli strumenti per affrontare delle difficoltà che poi diventano sempre maggiori. Noi cerchiamo di risolverle a volte anche mettendo in gioco la semplicità, un consiglio di ragionevolezza, l’ascolto attivo, oltre che gestire una pratica o fornire aiuto nella compilazione di un modulo che ai loro occhi può apparire indecifrabile».

La pila di moduli che più si assottiglia in un paio d’ore è quello per la “Dichiarazione di domicilio ai fini dell’iscrizione anagrafica di persona senza fissa dimora”. Ariele ne ha appena compilato uno per un ragazzo peruviano dagli occhi di pane che al momento vive nei pressi della stazione ferroviaria. «Io compilo il suo modulo e lo faccio arrivare all’Ufficio Anagrafe del Comune, che però può metterci anche 40 giorni prima di intervenire. E nel frattempo lui dove va a dormire?»

La sua domanda non è affatto retorica. Perché l’avvocatessa Ariele, un passato nello scoutismo e una propensione alla solidarietà trasmessa anche dai geni di famiglia, il ragazzo peruviano ha deciso di ospitarlo a casa sua.
Sia chiaro a tutti: questa non è una modalità che lei adotta come iter protocollare ad ogni consulenza che fornisce, e non è nemmeno la finalità del servizio. Ma Ariele, con una naturalezza che scavalca ogni timore, ci dice che da studentessa ha viaggiato molto e in più occasioni ha trovato persone disponibili ad ospitarla, anche senza conoscerla già. Quindi, perché non ricambiare?

Strada facendo, il tragitto è sempre in salita

Se agli sportelli di “Avvocato di strada” ospitati dalla Caritas le persone si rivolgono anche su indicazioni dei Servizi Sociali, a quelli organizzati dai giovani volontari sulle tavole della mensa delle Cucine Economiche Popolari di via Tommaseo ci arrivano attraverso il canale più diretto per chi vive tra mense, dormitori e argini di periferia: il passaparola.

Sono persone senza fissa dimora, ex carcerati, malati, giovani e adulti in cerca di lavoro, donne dell’Est, ragazze madri con bimbi, famiglie italiane e straniere in difficoltà economiche, abitative, relazionali. Uomini e donne che hanno bisogno di soddisfare necessità primarie come cambiarsi, lavarsi, coprirsi, mangiare, e per i quali l’esclusione sociale non è un possibile rischio ma già realtà oggettiva.

Quelli che non sono in attesa del proprio turno allo sportello degli avvocati, sono seduti ai tavolini di una sala vicino all’ingresso. Stanno aspettando un pasto, malgrado siano da poco passate le undici del mattino. Perché chi è povero è anche affamato. E chi è affamato per davvero è affamato e basta.

Questo luogo di solidarietà e assistenza è stella polare e strapiombo insieme. Dovrebbe essere un punto di partenza. Spesso invece diventa punto di arrivo di un tragitto tracciato su strade solo in salita. Come quello che sta compiendo Pino, 59 anni.

Pino non è il suo vero nome, perché in queste circostanze la normativa sulla privacy impone a chi scrive l’uso dell’anonimato. Nel ribattezzarlo su due piedi e quattro tasti, ci rendiamo contro che stiamo generando un cortocircuito della ragionevolezza: per farvi conoscere la sua storia, lo stiamo privando anche della sua identità. Attribuendogli così, anche se involontariamente, un altro “senza” in più. Come se per lui, essere rimasto senza lavoro, senza famiglia e senza abitazione, non fosse già abbastanza.

Guardate il video e ascoltate le sue parole. Con le nostre ci fermiamo qui. Tra poco, come immaginiamo capiti ogni sera anche a voi, gireremo la chiave nella serratura, apriremo la porta, accenderemo la luce, ci faremo una doccia, ci prepareremo qualcosa da mangiare, e una volta sprofondati sul divano bisbiglieremo appagati il regolare “Finalmente a casa…”. Ecco, appunto.