Laurearsi in carcere: l’esperienza di un detenuto al Due Palazzi di Padova

L’Università di Padova offre la possibilità a chi sta scontando una condanna di poter studiare e laurearsi. Un’opportunità che abbiamo sostenuto anche noi, attraverso l’associazione Operatori Carcerari Volontari.

Ci sono uomini che hanno il destino segnato da una passione. Ci cadono dentro da un momento all’altro, come Obelix nella pozione magica, e da quel momento la loro vita è diversa per sempre. Ciro Ferrara, 58 anni, è uno di questi.

La passione di Ciro, campano di Casoria, è lo studio. A stare sui libri ha cominciato una quindicina d’anni fa. A marzo dell’anno scorso ha conseguito la laurea magistrale con una tesi su padre Agostino Trapè, teologo ed esperto di Sant’Agostino. Voto: 110 cum laude. Dove sta la notizia? Sta nel fatto che lui si è laureato in carcere. Discussione, proclamazione, strette di mano alla commissione, applausi dei presenti, e prima ancora giornate intere di studio: tutto si è svolto all’interno del Due Palazzi, la casa di reclusione di Padova. Dove lo incontriamo per farci raccontare la sua storia di studente.

Eccolo: completo gessato grigio scuro, camicia bianca, occhiali con montatura total black, taglio di capelli perfetto. Ha una stretta di mano decisa, che sembra voler trasmettere forza prima di tutto a se stesso. Ma i suoi timori a dir la verità durano poco, perché la verve narrativa che sfodera di lì a qualche minuto avrà la meglio per tutta la durata dell’incontro.
Su di lui aggiungiamo solo un paio di altri dati: il detenuto Ferrara è un “fine pena mai”. Il dottor Ferrara, quando è entrato in carcere più di 30 anni fa, di cui 27 trascorsi in regime di massima sicurezza, aveva solo la quarta elementare.

Trasformare il tempo di detenzione in tempo di qualità

L’articolo 34 della nostra Costituzione, nello stabilire il diritto all’istruzione, afferma l’uguaglianza sostanziale di fronte alla possibilità di raggiungere i livelli più alti di studio. Un principio che trova un concreto esempio nei poli universitari penitenziari. Com’è quello realizzato per l’appunto nell’istituto penale padovano, avviato nel 2003 con una convenzione tra l’Università degli studi di Padova e il Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.
Senza progetti come questo, che fanno la differenza tra un carcere riabilitativo e uno che non lo è, Ciro sarebbe rimasto allo stesso grado di conoscenze e preparazione di quando in carcere c’è entrato: capace sì e no di leggere e scrivere. Un asino, insomma. E se usiamo proprio questo termine, state tranquilli: il motivo c’è.

«Quand’ero ragazzino» inizia a raccontarci con la sua inflessione napoletana doc «di studiare non me ne importava proprio. Anzi, i miei genitori mi portavano a scuola, io entravo, e poi però me ne uscivo di soppiatto dal retro». Un rapporto di odio reciproco, come lo definisce lui stesso, che sembrava destinato a sussistere ad oltranza. Invece no.

Ad orientarlo e supportarlo negli studi in carcere sono stati i volontari dell’associazione Operatori Carcerari Volontari come Maria Chiara Fuser che ci accompagna nella visita, insieme alle educatrici e agli insegnanti con un incarico all’interno del penitenziario. E da quanto ci racconta il nostro interlocutore, sono soprattutto questi ultimi ad aver rappresentato la sua “pozione magica”.

Grazie alla tenacia di un’educatrice, Ciro consegue il diploma di terza media. Fosse dipeso da lui, si sarebbe fermato lì. Ma lei no, convinta delle sue potenzialità, insiste. Fino a convincerlo ad iscriversi all’Istituto Tecnico Commerciale. Lui la accontenta, ma non tutto fila liscio. Dopo un debito formativo in inglese, al terzo anno arriva il diktat del professore di italiano: «Durante un consiglio di classe propone agli altri insegnanti di esonerarmi dallo studio» ci informa. E lei come l’ha presa? «Io? Ero felicissimo! Mo’ finalmente mi avrebbero lasciato in pace».

Scherza su di sé, Ciro, gigioneggia e temporeggia quanto basta per tenerti sulle spine. Ma poi arriva al punto. Quello che gli sta più a cuore. «Al Due Palazzi ho incontrato insegnanti che mi hanno aiutato, e che non smetterò mai di ringraziare. Ricordo che in quell’occasione, preoccupata per la mia possibile espulsione, una delle prof viene a parlare con me, mi guarda negli occhi e mi fa: “Vuoi veramente dargliela vinta e farti mandar via? Se sì, vorrà dire che resterai un asino”. Me la sono legata al dito, quella frase lì. Asino a me?».

Punto sull’orgoglio, Ciro parte a spron battuto, inanella un voto alto dopo l’altro, e si diploma ragioniere. A tappa raggiunta, gli insegnati gli domandano se vuole continuare. Ma lui rimpalla: prima chiede di pendersi “un anno sabbatico” dagli studi, e poi tentenna ancora sul da farsi.

Per indurlo a proseguire, probabilmente forte della reazione già ottenuta in precedenza, la stessa prof di cui sopra rimette in campo ciuchini e somari, dandogli di nuovo dell’asino. È fatta! Ciro, ri-colpito nell’orgoglio, si iscrive a Filosofia. Colleziona un libretto con voti che non scendono sotto il 28, si appassiona sempre più allo studio, passando sui libri tutto il tempo che gli è concesso. Arriva alla laurea, discutendo una tesi su sant’Agostino. Voto: 110. Di fermarsi al primo livello del traguardo accademico, adesso, è lui stesso a non pensarci nemmeno.

“Passione, perseveranza e tenacia: ce li ho messi tutti e tre”

Studiare in carcere non è semplice. Perché le difficoltà che questi studenti incontrano sono comunque tante: non avere a disposizione il docente quando si incontrano dei dubbi, non potersi informare su Internet, dedicarsi allo studio solo negli orari previsti dal regolamento interno, trovare uno spazio adatto alla concentrazione necessaria. Ciro il suo spazio l’ha trovato nella chiesa vicina alle aule, grazie anche all’ospitalità del cappellano. Così tra i banchi di preghiera si è aggiunto anche un banco di scuola, il suo. Quel che ne scaturisce, tra l’altro, è una vera e propria sintesi visiva di una delle massime più note del “suo” sant’Agostino: “Credo ut intelligam, intelligo ut credam”, (Credo per pensare, penso per credere).

 

Ascensore sociale per antonomasia, lo studio è una chiave per la comprensione del mondo, sebbene la visione più diffusa sia spesso di tipo utilitaristico: “Mi serve per trovarmi un lavoro”. Che cosa spinge, allora, un ergastolano a studiare? È pura voglia di conoscenza e passione per la cultura fine a se stessa? Un mezzo per entrare in relazione con il mondo esterno? Una forma di riscatto sociale? Una scommessa sul futuro? Forse sì: perché anche chi è destinato a non uscire mai dal carcere un futuro ce l’ha, e dovrebbe almeno poterlo immaginare.

Per quanto riguarda il suo, Ciro ha un desiderio: fare da tutor ad altri studenti detenuti, anche se è consapevole che l’occasione non è detto si renda possibile. Intanto si è già iscritto ad un’altra facoltà: Lettere Moderne. «Mi abbonano cinque esami, ma non è questo che conta. È che ormai dello studio non posso proprio farne a meno. Per arrivare fin qui mi sono impegnato assai: io sono un autodidatta, all’inizio della filosofia non ci capivo proprio niente. Ma ci ho messo passione, perseveranza e tenacia. Ed eccomi qui, laureato».
«Anche grazie a loro», continua indicandoci l’agente rimasto presente al colloquio, un po’ in disparte. «Gli agenti hanno sempre fatto il tifo per me. Sono persone che se vedono che tu ami fare qualcosa, ti ci impegni e ti piace, ti appoggiano e ti sostengono».

Il compagno di cella? La sua pila di libri

Quando dice “studio” Ciro intende il termine ad ampio raggio: comprende i testi per gli esami ma anche i libri di lettura personale; la scrittura delle sue due tesi, ma anche quella degli articoli per alcune riviste di filosofia, fino a racconti e poesie che invia a concorsi letterari. Un paio di anni fa ne ha vinto uno, con una poesia dal titolo sinestesico: “L’inchiostro parla”.

«In cella ho una pila di libri senza i quali mi sentirei perso. Cosa sto leggendo in questi giorni? “L’arte di essere fragile”, “Fahrenheit 451” e “Il coraggio di essere liberi”». Tris non da poco: un dialogo immaginario con Leopardi che esplora gli ambiti più intimi e complessi dell’esistenza umana; un romanzo su un futuro visionario in cui i libri sono fuori legge; un saggio sul concetto di libertà. Un concetto che può sembrare fuori luogo qui dentro, stridendo come lo sferragliare delle massicce porte a grate che vengono aperte e subito richiuse al passaggio di chiunque. Ma Ciro il paradosso sembra non coglierlo, e forse ha ragione lui: la libertà non è solo non avere delle sbarre attorno. È averla dentro di sé. Come la passione, la perseveranza e la tenacia.

IL POLO UNIVERSITARIO PENITENZIARIO NEL CARCERE DUE PALAZZI DI PADOVA

Riconoscendo l’importanza che gli studi universitari possono ricoprire rispetto alle finalità rieducative e di reinserimento sociale, attraverso l’Associazione Volontari Carcerari abbiamo contribuito alle spese relative alle tasse universitarie per i detenuti privi di mezzi e garantito il sostegno economico per il materiale didattico necessario agli studi.