L’altra faccia della terra

Per favorire un sostegno alle persone più vulnerabili e ai disoccupati privi di tutele, mettiamo in campo il Fondo Straordinario di Solidarietà per il Lavoro.

Nella realtà e nelle storie di vita che state per leggere l’immaginazione è centrale. Un’immaginazione non fine a stessa, ma che aiuta a riconoscere il buono che abbiamo intorno. Perché c’è, anche se a volte non sappiamo nemmeno che esiste. Se volete coglierlo anche voi, vi invitiamo a compiere un piccolo sforzo di fantasia.

Immaginatevi un campo agricolo. Non vi serve andare fino in aperta campagna per immergervi nelle brume opache della pianura padana. Anzi, al contrario, è una giornata primaverile e all’aria aperta si sta benissimo. Nel campo a cui state pensando c’è ancora traccia delle ultime produzioni invernali, soprattutto verze e porri che sbucano dal terreno con le loro ciuffosissime foglie verdi. E siccome la fase lunare era quella giusta, è appena avvenuta la semina degli ortaggi che potranno essere raccolti nei prossimi mesi: zucchine, pomodori, melanzane, piselli, peperoni…

Stop! Rientrate sul pianeta Terra. Perché questo campo agricolo esiste. In un quartiere di Padova, nemmeno tanto distante dal centro città (ve l’avevamo detto di non allontanarvi troppo…).
È un’area coltivabile affiancata da una grande serra dove, anche grazie al sostegno del nostro Fondo Straordinario di Solidarietà per il Lavoro, hanno trovato occupazione Elio, Michele, Massimo, Vasse, Carlos e Flavio.

I due obiettivi dell’Agricoltura Sociale.

In questo terreno di oltre 11.000 mq messo a disposizione dal Comune di Padova si sta coltivando un’esperienza di Agricoltura Sociale, una pratica che coinvolge un’ampia pluralità di soggetti: enti pubblici, associazioni di categoria, cooperative sociali, aziende agricole, realtà socio-sanitarie.

Gli obiettivi di questa forma di agricoltura, spesso a conduzione biologica, sono principalmente due: favorire l’inserimento lavorativo delle persone inoccupate e il recupero terapeutico di soggetti svantaggiati; produrre e commercializzare prodotti agro-alimentari naturali e a km zero.

Senza iniziative di inclusione sociale come questa, tante persone rischierebbero di restare ai margini, esclusi da qualsiasi circuito di integrazione, quando non addirittura costrette in una condizione di isolamento.

Chi sono esattamente? Padri di famiglia in difficoltà economiche causate dal protrarsi della crisi che ha fatto chiudere l’azienda dove lavoravano da una vita; immigrati arrivati in Italia dopo aver attraversato il Mediterraneo a bordo di un gommone; ex-detenuti che quando sono usciti dal carcere non hanno trovato nessuno ad aspettarli; adulti con disagi di natura fisica o psichica.

«Stare in uno spazio aperto mi tranquillizza» ci dice Massimo. Cinquantenne, separato, già nonno, da tempo vive con il padre vedovo di 86 anni. «Nella vita ho fatto tanti lavori: prima in fonderia, poi in un’azienda di acqua minerale, dove ero addetto all’imbottigliamento. Ma il baccano dei macchinari mi stordiva. Stavo male: ero nervoso, arrabbiato, inquieto. Adesso però va meglio, e prendo le gocce solo la sera per dormire. Qui sto all’aria aperta, ho imparato a vangare e a dissodare. Faccio sempre tutto a mano, la motozappatrice la lascio ad altri: fa troppo rumore».
Forse Massimo non ci ha mai fatto caso più di tanto, ma siamo sicuri che lui non sia l’unico al mondo che al frastuono dei motori preferisce la quiete della natura.

Il rispetto di Michele e l’altruismo di Elio.

Come dicevamo, oltre a non stigmatizzare le forme di disagio, questa iniziativa dà modo di rimettersi in gioco anche a chi, suo malgrado, è stato estromesso dal mondo del lavoro. Michele, separato e disoccupato, ha lasciato la casa alla ex moglie, a sua volta in cerca di occupazione. Al momento lui vive in una comunità, ma spera che presto gli venga assegnato un alloggio popolare. Nel frattempo viene qui, indossa gli stivaloni gialli d’ordinanza, e si dà da fare tra semine e raccolti. Lo fa volentieri, si trova bene, e porta con sé le parole di un suo ex datore di lavoro, “rispetto per tutti e paura di nessuno”.

IL FONDO STRAORDINARIO DI SOLIDARIETÀ PER IL LAVORO

Attivato per fornire un aiuto concreto sia alle famiglie in difficoltà a causa della perdita o della precarietà del lavoro e prive di tutele sociali che alle persone maggiormente vulnerabili, il Fondo Straordinario di Solidarietà per il Lavoro sostiene la realizzazione di attività, tirocini formativi, progetti di pubblica utilità e/o utilità sociale finalizzati all’attuazione di misure di accompagnamento e reinserimento lavorativo.

Di certo non ha paura di nulla Elio, sposato con tre figli, che ci racconta a briglia sciolta cosa l’ha portato qui dopo ben 27 anni nel settore della galvanica. «Mi piaceva lavorare con i metalli, stavo bene in fabbrica. Ero il rappresentante dei lavoratori per la Legge 626, quella sulla sicurezza, ho fatto anche il corso di Primo Soccorso, e soprattutto avevo preso il patentino per il cianuro». Prego? «Sì, per alcuni bagni galvanici si deve utilizzare una soluzione di ioni cianuro, si chiamano proprio così “bagni al cianuro”. Ma mica possono farli tutti, bisogna essere abilitati, e io lo ero. Poi però nel 2014 la fabbrica ha chiuso per la crisi, e addio lavoro!».

«Il settore della galvanica qui in zona offriva ben poco, così mi sono rivolto ai Servizi Sociali» continua quest’uomo che quasi per beffa porta il nome di un elemento chimico. «Mi hanno proposto un progetto lavorativo in agricoltura. Io vivo in una zona di campagna e qualcosa sapevo già fare. Ho passato il primo mese a estirpare erba con le mani da un campo biologico di porri. Ho raccolto cavolfiori, patate, zucchine, ho piantato ogni tipo di ortaggio».
Com’è stato passare dal cianuro ai cavolfiori? «Sicuramente più salutare» ci risponde scherzando.

La sua, però, non è solo una battuta. Come in quello del quale ci ha appena parlato, dove ha lavorato per un anno e mezzo, anche in questo terreno agricolo si applica la coltivazione biologica.
«Sono prodotti più sani, anche per l’ambiente» continua Elio. «Li vendiamo qui in negozio, nei mercati della zona oppure con i Gruppi di Acquisto Solidale, così c’è anche un risparmio nel trasporto e si inquina meno».

Della gestione del negozio e dei rapporti con i clienti se ne occupa soprattutto lui. Pensiamo che debba riuscirgli proprio bene perché con le persone, a cominciare dai suoi compagni di lavoro, Elio ci sa davvero fare.
«Alcuni di loro vivono in case d’accoglienza o vanno a mangiare alle Cucine Popolari. Io ho proposto di fare una colletta, comprare quello che ci serve e prepararci il pranzo qui. Basta anche solo una pasta al pomodoro, ma almeno così si sta tutti insieme e ci si parla un po’». Conviviale, certo, ma anche altruista. «Avevo visto che Carlos pregava per terra, allora ho pensato di portargli da casa un tappeto che noi non usavamo più e lui adesso può pregare sul suo tappeto». Chapeau, Elio.

Papà Flavio e il giovane Vasse.

Tra un po’ di nostalgia per il suo lavoro del passato e una naturale preoccupazione per il futuro, l’attività presente di Flavio sembra essere fatta apposta per bilanciare l’avversità all’automazione fordista di Massimo. «Se potessi lavorerei solo con le macchine, caterpillar compreso» ci dice dopo averci raccontato delle sue esperienze precedenti, prima in un’azienda di trattori, dove assemblava parti meccaniche, e poi in una fabbrica di cucine industriali.

A dirla tutta, come non bastasse l’esperienza della disoccupazione, la sua vita è stata in salita fin da quando era ragazzino. «L’ho trascorsa in collegio. Ma ero un ribelle, non avevo voglia di studiare, così non ho preso nemmeno il diploma di terza media». Un errore da adolescente, certo, che però oggi gli pesa non poco. Soprattutto quando suo figlio Riccardo, nove anni, gli chiede di aiutarlo a fare i compiti per casa e lui sa di non poterlo fare. Però, forse, chissà, se il lavoro si stabilizza un po’ di più, questa potrebbe rivelarsi proprio una buona occasione per riavvicinarsi allo studio, con il piccolo Riccardo che fa da maestro al papà.

Intanto Flavio, i cui modi miti e garbati a noi fanno pensare più a quelli di un gentleman che a quelli di un addetto alla motorizzazione, ogni giorno si dà da fare con motozappatrici dotate di aratro, fresa, erpice, qualsiasi attrezzo va bene, qualsiasi attività anche, «perché per un uomo, non lavorare, è una situazione difficile, ancora di più sei hai un ragazzino da crescere. A lui piace studiare, mi ha detto che vorrebbe fare Agraria, pensa un po’. A me forse piacerebbe che facesse qualcos’altro, ma non lo forzerò. Sceglierà lui quello che gli piacerà di più, io sarò contento comunque, lui è mio figlio».

Vasse, 27 anni, i suoi genitori li ha dovuti lasciare nel suo Paese d’origine, in Costa d’Avorio, un’area martoriata da una recente guerra interetnica tra nord e sud, dove ancora oggi continuano a permanere tensioni e violenze di natura politica, etnica e religiosa.

Tra domande e risposte che shakerano l’italiano al francese all’inglese, Vasse ci racconta il suo viaggio verso l’Italia, che definire drammatico può sembrare retorica ma non lo è. Quindi, per tentare di coglierlo anche solo in minima parte, non ci resta che provare a immaginarlo.
Seguiteci: dopo aver attraversato mezza Africa chissà come, siamo arrivati in Libia, e adesso stiamo attraversando il Mediterraneo a bordo di un barcone sconquassato e stipato all’inverosimile di uomini, donne e bambini. Finalmente, anche se disidratati, affamati e infreddoliti, approdiamo in una qualche località delle coste della Sicilia di cui non sappiamo nemmeno il nome perché l’iter previsto in questi casi ci trasporta subito altrove, un altro altrove senza nome, dal quale ci spostiamo con quel poco che abbiamo nelle tasche e nelle gambe, e siamo da soli, e… ecco, fermiamoci qui. Non sembra anche a voi di aver appena attraversato un incubo, che Dio solo sa cosa può lasciare nella mente, negli occhi e nel cuore di chi questa esperienza l’ha vissuta veramente?

A Vasse auguriamo di riuscire a ricongiungersi presto con sua moglie, che ha affrontato il suo stesso viaggio ma al momento vive a Napoli, ospitata a sua volta in un appartamento di una cooperativa sociale del posto.
Prima di salutarci, ci tiene a dirci un’ultima cosa: «En Italie mi hanno insegnato a leggere e… écrire… comme vous le dites écrire en italien?».
Scrivere, gli diciamo, e contemporaneamente mimiamo l’azione con la penna che abbiamo tra le mani. La gestualità tipicamente italica potevamo pure risparmiarcela perché Vasse capisce al volo, ci chiede la Bic e, sillabando a bassa voce una lettera dopo l’altra come ogni scolaro che si rispetti, scrive lui stesso il nome e cognome di sua moglie sul nostro bloc-notes. Il cognome lo omettiamo, ma sappiate che lei si chiama Ami. Nella nostra lingua, corrisponde alla seconda persona singolare dell’indicativo presente del verbo amare. Sarà un caso?

Scrivere, come ha fatto Vasse, è quanto abbiamo fatto a nostra volta fin qui. Vi abbiamo chiesto di partecipare in prima persona con un paio di esercizi di immaginazione e immedesimazione, è vero. Ma se l’abbiamo fatto, non è stato certo per favoleggiarvi una realtà più buona, buonissima, buonerrima. Semmai, perché siamo convinti che in progetti come questo ci sia semplicemente del buono. E non ci riferiamo solo ai prodotti biologici della terra.